Recentemente siamo stati in Argentina. Sapendo che lì è piena estate, giunti a Fiumicino decidiamo di lasciare i cappotti. Nostra figlia che ci aveva accompagnati ce li avrebbe portati quando sarebbe venuta a riprenderci. Arrivati a Buenos Aires ci raggiunge un messaggino sul cellulare: chiamatemi subito. Era ancora nostra figlia. Qualcuno si era introdotto nella macchina, aveva preso i cappotti e il libretto di circolazione. Con le chiavi di casa che erano nelle tasche (mai lasciare le chiavi nella macchina!), il percorso è stato facile per risalire indisturbati all’abitazione. Infatti la casa è sottosopra e nel verbale dei carabinieri c’è da indicare ciò che presumibilmente è stato rubato. L’abbiamo rassicurata che oggetti di valore non ne abbiamo e per due settimane non ci abbiamo più pensato. Al rientro a Fiumicino già al vedere i vecchi cappotti ci siamo ricordati dei nostri ancora in buono stato, anzi quello di Alberto era stato appena comperato ai saldi. Mancava anche il cappello, un modello originale comperato in Norvegia: una puntura di spillo al cuore. A casa ci ha fatto impressione vedere le nostre cose all’aria: altra feritina, superata col proposito di voler in cuor nostro regalare ai ladri tutto quello che hanno preso, sperando che in questo modo non resti nella loro anima questo ingombro al giudizio finale. Sì, non avevano preso niente, tranne le collane di bigiotteria e un vassoio di peltro, che però faceva la sua figura.

Ma no, c’era dell’altro: mancavano alcune targhe e medaglie commemorative, ricevute personalmente da Giovanni Paolo II. Non certo d’oro, ma molto significative per noi. Regaliamo anche queste, seppur con fatica.
Nonostante ci fossimo staccati dalle cose preziose, riflettevamo che in fondo in fondo c’è sempre qualcosa a cui ci si attacca. Ieri dovevamo andare ad una riunione ufficiale a Roma e ci siamo messi un po’ in tiro: abito blu e le scarpe buone.
Dove sono?
Ah, ecco la scatola…vuota!
Regaliamo anche quelle.
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