lunedì 20 febbraio 2017

Maschere di carnevale

Rischiava si essere una domenica qualunque. A scuoterla giunge di primo mattino un whatsapp con la foto di due dei nostri 12 nipotini i quali, tenendosi teneramente per mano, salgono il sentiero che porta alle cascate del mughetto (monte Calisio). Più tardi, sempre fuori programma, un frugoletto di un anno e mezzo – amichetto di una nostra nipotina - con occhi e sorriso furbetti ci offre una fetta di torta fatta da mamma sua. Quindi in giro per le vie del paese a vedere la sfilata di carnevale e lo scatenarsi dell’euforia di centinaia di bimbi camuffati nei più bizzarri costumi. Impressionanti i loro atteggiamenti e le loro movenze che danno a noi grandi la sensazione che, specialmente per i più piccini, sia tutto vero: principesse, fatine, zorri, uomini ragno: ognuno di essi si sente davvero quel personaggio che interpreta. “I bambini- dice Chiara Lubich - sanno giocare seriamente: in loro fantasia e realtà si fondono perché essi sanno vedere le cose intorno a loro dall’unità d’amore che le lega”.

domenica 19 febbraio 2017

Forever

Oggi Esterina e Luigi hanno festeggiato al Divino Amore, santuario caro ai romani, il 70° di matrimonio. Il nostro recente cinquantesimo ci è sembrato ancora poca cosa rispetto ad una storia che vede i protagonisti navigare oltre i novanta in un candore - non solo dei capelli - che li riavvicina all’infanzia. L’evento, cui ignari abbiamo partecipato, ci ha ispirato un pensiero: un uomo e una donna che per tanti anni hanno insieme gioito, pianto, lottato, contribuendo a scenari di storia quotidiana comune a molta gente, non potranno – ci siamo detti - proseguire separati neppure nell’Eternità. Essi, diventati una cosa sola, come due farine mescolate e impastate insieme, sono diventati un unico pane, una sola carne, un unico sangue capace di chiamare al mondo altre vite. N
ell’ Aldilà non potranno essere semplici angeli anonimi senza storia e con destinazioni diverse. Non lo potranno per via della carità. Sappiamo che né la fede né la speranza avranno accesso nell’Eternità: non ce ne sarà bisogno. Ma la carità rimane anche Lassù. La carità: virtù tipica degli sposi che fa della loro vita un’avventura che resta per l’Eternità.

sabato 18 febbraio 2017

Divorzio 3

Ad un corso per fidanzati di qualche tempo fa, i ragazzi sloveni andavano fieri perché – ci facevano notare – che nel loro Paese è racchiuso l’amore: Slovenia = S-LOVE-NIA. Non sarà che anche nelle altre parti del mondo dobbiamo tenerci caro questo tesoro e imparare a ripartire proprio dall’amore? Tanti auguri amici sloveni, anche per una efficace diffusione.

venerdì 17 febbraio 2017

Divorzio 2

Ma c’è anche chi non si rassegna a questa débacle. C’è ancora chi cerca di capire quanto gli sta succedendo e vuole – perché a volte si tratta solo di volere, poi il resto viene da sé – fare qualcosa per rimediare ad una situazione che sta avviandosi in questa direzione. In Slovenia, per esempio, hanno visto utile tradurre e pubblicare il nostro libretto “Separarsi … e poi?”

giovedì 16 febbraio 2017

Divorzio-day

“È arrivato il d-day del divorzio breve atteso da oltre 200 mila coppie in "coda" per dirsi addio più velocemente”. Basta solo questo recente titolo dei media per confermare la già chiara percezione delle tante difficoltà che la vita di coppia oggi incontra. E’ questo certamente un tempo di transizione nel quale, sulla spinta di una cultura sempre più aperta ma non ancora definita nelle sue attese più profonde, ognuno cerca di darsi la propria risposta per la vita, inconsapevole di non disporre di sufficienti mezzi conoscitivi.

martedì 14 febbraio 2017

14 febbraio

Tra i riti collettivi, complici le multinazionali e l’icona scaturita dalla fantasia descrittiva di Peynet, il 14 febbraio si celebra la festa degli innamorati. Ben venga! Non perdiamo l‘occasione per ripetere ancora una volta a chi amiamo, più con i fatti che con le parole: ti voglio bene! Ci piace anche ricordare la tradizione in vigore nel Latino America: 14 febbraio, dia del cariño: giorno dell'affetto. Festa di quel sentimento buono che portiamo al partner, all’amico, ai familiari, a tutti quelli a cui teniamo di più.
Con questo slogan stasera la festa si allarga anche a chi non vediamo da tempo, a chi è più solo. Saremo in 23: coppie sposate, persone vedove, qualche figlio/a: la festa di tutti quelli che si vogliono bene.

lunedì 13 febbraio 2017

Era inevitabile

Era inevitabile. Il 26 dicembre 2016, cinquantesimo del nostro sì per sempre, il ricordo non poteva non riandare a quel 1° gennaio di 53 anni prima, quando, alle 7 del mattino, senza ancora conoscerci, siamo partiti per una gita. In quel giorno una densa nebbia avvolgeva case e strade: fenomeno tipico della pianura padana. E’ ancora buio e l’amico Paolo fatica a procedere con la sua 500 contro quel muro grigio. Accomodati sul sedile posteriore con Anna ci scambiamo le prime parole, per lo più incentrate sullo sci e il tempo di percorrenza per Asiago. Sull’altopiano cambio di scena: cielo azzurro limpido, sole abbacinante, neve farinosa e ben battuta. Ci buttiamo a capofitto nelle discese, dominati per tutta la mattina dalla comune passione per lo sci. Ad arrestarci, verso l’una, un potente appetito, che subito viene sedato dagli squisiti panini portati dalle due ragazze. Ed è in quel momento, in quella luce abbagliante, che mi accorgo di Anna: che ragazza carina e simpatica! “Che fai, di che ti interessi, ci possiamo vedere domenica?”. Inizia così la nostra entusiasmante conoscenza. Seduti sulla neve rivolti verso la pianura, le sussurro: “Vedi anche tu Venezia in fondo all’orizzonte?” Quel vedere con l’immaginazione più che nella realtà è il primo manifestarsi di quel progetto che stava dischiudendosi tra di noi; un progetto di dimensioni inattese, di esperienze insperate ma agognate da sempre. Un amore che sarebbe stato frutto e risposta di un’idea che veniva da fuori di noi e che ci aveva pensati e creati l’uno per l’altra. E il 26 dicembre 2016, con parenti e amici - protagonisti e testimoni di questo progetto - siamo tutti insieme per un ringraziamento collettivo di questi primi, magnifici, 50 anni d’amore.

domenica 1 maggio 2011

Il Papa della famiglia


Hescham, il pizzaiolo egiziano sottocasa di cui siamo affezionati clienti, ci ha chiesto: “Andate a S. Pietro per la beatificazione del Papa”? Abbiamo risposto che lasciavamo lo spazio a quel milione di persone che stavano arrivando da tutto il mondo. Ma che saremmo stati lì con tutto il cuore. “Che fosse un uomo grande lo avevamo capito tutti – ha aggiunto – ma voi perché ce l’avete nel cuore?”. Giovanni Paolo II è stato anche il Papa della famiglia, abbiamo risposto. Avremmo potuto argomentare questa affermazione descrivendogli la ricchezza delle sue catechesi sulla corporeità, le luminose novità contenute nelle sue lettere apostoliche sulla famiglia, ma lui musulmano, forse non avrebbe capito. Allora gli abbiamo raccontato un episodio. Era il 1994 – anno internazionale della famiglia - e stavamo collaborando per la realizzazione a Roma del primo Incontro mondiale delle famiglie della Chiesa cattolica. La sede ideale era Piazza S. Pietro. Ma fin dai tempi del Bernini la piazza non aveva mai ospitato un palco: solo il baldacchino per le celebrazioni e il presepio di Natale accanto all’obelisco e a tutt’oggi su questo monumento – ci era stato detto – “non si può piantare neanche un chiodo”.
A tre mesi dall’evento il Papa chiede notizie della preparazione. Gli viene esposto il programma e spiegato che come sede è stata ottenuta dal Comune di Roma Piazza S.Giovanni. Lui ha detto: “Perché non Piazza S. Pietro?”. Evidentemente Egli desiderava che le famiglie fossero nel cuore della Chiesa. E si trovò il modo di realizzare palco e strutture di copertura per l’eventualità della pioggia senza piantare alcun chiodo. Quel giorno, che per la prima volta ha visto Piazza S. Pietro ospitare una manifestazione non liturgica, insieme a noi – scelti all’ultimo momento come presentatori - su quel palco è salita anche Madre Teresa per leggere una sua preghiera per la famiglia.
Stupendo! ha esclamato Hescham. E grazie a lui di averci dato l’occasione per ricordare quei momenti così speciali.

mercoledì 23 febbraio 2011

La scelta

La vita di famiglia ci chiama continuamente a delle scelte. Alcune impegnative, come chiamare alla vita un figlio, cambiare lavoro, cercare un’altra abitazione, prendere in casa un genitore non più autosufficiente, dare la propria disponibilità nel sociale, ecc. Altre meno ardue, ma non meno importanti, che possiamo definire di ordinaria quotidianità. Premesso che la prima scelta di valore è quella di disporci ad amare la persona che abbiamo davanti - con una particolare priorità ai famigliari, nostri primi prossimi - spesso ci troviamo di fronte a due o più strade percorribili, che sono per così dire indifferenti. E’ chiaro che di fronte al bene o al male si deve scegliere sempre il bene, ma a volte si deve decidere per un sì o un no che sulla scala dei valori hanno lo stesso peso. Ma quale dei due è la volontà di Dio per noi? Chiara Lubich ci ha suggerito in questi casi di mettersi d’accordo con Dio: io voglio fare la tua volontà, ma in questo momento non capisco quale sia. Allora mi metto in quella che mi sembra la più giusta, ma sono pronto a cambiarla se tu mi fai capire diversamente. Recentemente ci si poneva una domanda: la nostra automobile ha ormai 11 anni, può considerarsi ancora un mezzo affidabile?
Non avevamo soldi per comperarne una nuova, ma vedevamo che le case automobilistiche stavano facendo delle offerte molto convenienti. Potevamo così prenderla pagando con comode rate. Siamo anche andati dal concessionario per vedere su quale modello orientarci. Ancora non l’avevamo detto in giro, quando uno dei nostri figli ci ha chiesto in prestito la macchina. Al momento di restituircela ha detto: questa auto va molto bene, sicuramente vi durerà ancora alcuni anni.
In questo incoraggiamento ci è parso di vedere più chiara la strada da percorrere... con la nostra attempata, gloriosa macchina blu.

lunedì 21 febbraio 2011

Giovani & rosikamenti

“Ròsiko a pensare che voi andate a O’Higgins”!
Nell’accompagnarci all’aeroporto, così nostra figlia esprimeva il suo rammarico per non esserci andata da studentessa. Una reazione che ci ha sorpreso, sapendola ora felice del suo matrimonio e in dolce attesa.
Giunti in questa mitica località al centro della pampa argentina, nella gran Buenos Aires, abbiamo aperto gli occhi su una realtà davvero sorprendente. Non tanto e non solo per la lussureggiante coltivazione, i tramonti mozzafiato e la notte illuminata dalla Via Lattea, ma per l’originale esperienza di un nuovo insediamento chiamato Mariapolis Lia. Ottantatre ettari di terreno, di cui una trentina urbanizzati, da alcuni decenni danno casa a centocinquanta abitanti dei quali metà giovani. Questi ultimi, provenienti da varie nazioni del sud America ma anche da Europa e Asia, scelgono di vivere un anno in questa cittadella per fare l’esperienza della fraternità universale, lavorando, dialogando, facendo musica e sport, in un clima ispirato al Vangelo.
Nell’approfondimento dei valori spirituali e culturali secondo la spiritualità di Chiara Lubich, essi si inseriscono in un processo di umanizzazione a ‘tutto tondo’, dando così una base solida alla loro vita di futuri professionisti, insegnanti, artigiani, padri e madri di famiglia. Un mondo sconosciuto alla nostra società, soprattutto occidentale, stordita dall’individualismo e dalla ricerca materiale. Al ritorno abbiamo riconosciuto a nostra figlia che aveva proprio ragione di sognare quell’esperienza, ma che non tutto era perduto. Se è vero che O’Higgins è la città dei giovani, non vuol dire che non ci siano le famiglie. Una decina vi risiede stabilmente, altre, con tanto di bambini al seguito, vengono per degli stages organizzati ogni anno nel mese di gennaio… allora ripareremo al non averla mandata come ragazza aiutandola ad andare come giovane famiglia :-)

venerdì 18 febbraio 2011

Tutto regalato

Recentemente siamo stati in Argentina. Sapendo che lì è piena estate, giunti a Fiumicino decidiamo di lasciare i cappotti. Nostra figlia che ci aveva accompagnati ce li avrebbe portati quando sarebbe venuta a riprenderci. Arrivati a Buenos Aires ci raggiunge un messaggino sul cellulare: chiamatemi subito. Era ancora nostra figlia. Qualcuno si era introdotto nella macchina, aveva preso i cappotti e il libretto di circolazione. Con le chiavi di casa che erano nelle tasche (mai lasciare le chiavi nella macchina!), il percorso è stato facile per risalire indisturbati all’abitazione. Infatti la casa è sottosopra e nel verbale dei carabinieri c’è da indicare ciò che presumibilmente è stato rubato. L’abbiamo rassicurata che oggetti di valore non ne abbiamo e per due settimane non ci abbiamo più pensato. Al rientro a Fiumicino già al vedere i vecchi cappotti ci siamo ricordati dei nostri ancora in buono stato, anzi quello di Alberto era stato appena comperato ai saldi. Mancava anche il cappello, un modello originale comperato in Norvegia: una puntura di spillo al cuore. A casa ci ha fatto impressione vedere le nostre cose all’aria: altra feritina, superata col proposito di voler in cuor nostro regalare ai ladri tutto quello che hanno preso, sperando che in questo modo non resti nella loro anima questo ingombro al giudizio finale. Sì, non avevano preso niente, tranne le collane di bigiotteria e un vassoio di peltro, che però faceva la sua figura.
Ma no, c’era dell’altro: mancavano alcune targhe e medaglie commemorative, ricevute personalmente da Giovanni Paolo II. Non certo d’oro, ma molto significative per noi. Regaliamo anche queste, seppur con fatica.
Nonostante ci fossimo staccati dalle cose preziose, riflettevamo che in fondo in fondo c’è sempre qualcosa a cui ci si attacca. Ieri dovevamo andare ad una riunione ufficiale a Roma e ci siamo messi un po’ in tiro: abito blu e le scarpe buone.
Dove sono?
Ah, ecco la scatola…vuota!
Regaliamo anche quelle.

mercoledì 16 febbraio 2011

Bambini in adozione

Finalmente nelle prime pagine dei giornali, al posto di gossip e controreazioni, un argomento di valore: l’adozione dei minori. La recente sentenza della Cassazione che afferma che “I tempi sono maturi per i single” ha avviato un vivace e interessante dibattito che mette in luce quanto questa materia stia a cuore a istituzioni e cittadini, anche se con punti di vista a volte lontani.
Un dato su cui tutti pare concordino è che l’obiettivo da raggiungere è quello di offrire ai bambini in situazione di abbandono le migliori condizioni per crescere. Si concorda anche che tali condizioni siano più favorevoli con la presenza di un padre ed una madre, ma non si vuole privare della chance adottiva chi per svariati motivi è solo, essendo comunque portatore di un patrimonio d’amore da donare. Nel coro dei commenti, la dissonanza sta proprio qui: parificare il diritto del bambino ad avere una famiglia al desiderio dell’individuo di adottare un bambino.
Non si tratta di due ‘diritti’. Desiderare di dare amore – gesto lodevole e di grande spessore umano - non riguarda la sfera dei diritti ma quella della generosità, dell’altruismo, del dono di sé. Valori questi che di per sé dovrebbero portare ad interrogarsi su quale sia il modo ottimale per esercitarli, nella consapevolezza che i diritti personali (desiderare un figlio) non valgono più di fronte ai diritti altrui (crescere in una famiglia). E’ comprensibile che quando si voglia dare amore si pensi ai bambini soli, ma là fuori c’è un mondo che ha bisogno d’amore, e chi sinceramente vuole donarsi agli altri, avrà solo l’imbarazzo della scelta.
Qualche editorialista sostiene che l’adozione dei sigle sia “mettersi dalla parte dei bambini”. Dalla parte dei bambini ci sono già tutte quelle coppie che con pazienza e amore si sono sottoposte alla trafila del tribunale e dei servizi sociali per la verifica della loro idoneità all’adozione. E tutte quelle che aspettano quel desiderato abbinamento che richiede spesso un’attesa di anni. Queste sono da sostenere e da aiutare anche economicamente perché il bambino possa essere accolto al più presto. Non vorremmo che fosse anche qui l’ideologia, manifesta o latente a guidare le nostre leggi.

lunedì 14 febbraio 2011

Le piazze del 13 febbraio 2011

A vivere il presente con solennità, anche la giornata di un semplice impiegato acquista senso. Dal cordiale saluto ai colleghi, alle (non più) noiose pratiche da sbrigare, dietro alle quali scopri che ci sono delle persone concrete che aspettano una risposta, al rientro a casa senza la consueta sosta al bar tanto cara a chi non ha nessuno che l’aspetta. Spesso non si vive la vita, la si sorvola. Invece, a viverla concentrati nel presente cercando di essere amore, anche la vita più modesta può diventare importante. Ogni gesto, come un semplice sguardo di intesa, un sorriso, un ascolto disinteressato, ti fa sentire un’altra persona, più realizzata, più felice. Acquisti una nuova dignità verso te stesso e verso gli altri.

Un tema, questo della dignità, che ieri ha movimentato 230 piazze d’Italia e del mondo.
Era ora che si affermasse a chiare lettere che a tutti, donna e uomo che siano, va riconosciuta la dignità del loro essere persona, un valore che va ben più in là del successo e del denaro. Era importante sottolineare che per nessuna ragione al mondo si può strumentalizzare un altro essere umano, tantomeno minorenne, per sedare il proprio bisogno di autoaffermazione.
Sia che siamo ricchi sia che non lo siamo, vivere la vita è un’altra cosa.

martedì 3 agosto 2010

E’ sorprendente

Quattro dentini in tutto. Alessia, 1 anno, si gode il mare insieme alla mamma vicino al nostro ombrellone. E’ ai suoi primi passi e le basta il sostegno di un dito per lanciarsi alla conquista del mondo. Dopo un anno in cui per ogni cosa ha avuto bisogno di mamma e papà, ora si sta affacciando alla vita da protagonista.
E’ un fagottino di tenerezza: le parli e lei ti risponde subito con le manine e qualche gridolino. Se sente la voce del papà, subito si gira verso quella direzione. Se la mamma parla troppo a lungo con un’altra signora, le gira la faccia affinché guardi lei.
E’ evidente che capisce ‘tutto’ e che presto saprà anche pronunciarlo con le parole.
Ad osservarla, ci sono venute alcune riflessioni innanzitutto sull’’efficienza e precocità davvero sorprendenti delle facoltà intellettive dell’essere umano.
Se ora Alessia è in grado di capire ‘tutto’ vuol dire che in questo suo primo anno di vita ha già avuto modo di interiorizzare non solo le parole che ha sentito pronunciare, ma anche il loro significato. Senza bisogno che qualcuno si sia messo lì a spiegarglielo. E’ avvenuto e basta.
Da ciò la responsabilità di noi genitori nell’accompagnare i figli nella vita, fin dalla più tenera età! Perché come per le parole, già fin dal primo anno di vita essi assorbono sentimenti, valori, comportamenti etici. E tutto questo attraverso l’humus che respirano in casa. E’ proprio vero che si può dire allora che i genitori non debbono ‘fare’ nulla per educare i figli: basta l’essere, il loro saper essere amore.