martedì 9 febbraio 2010

I bambini

Spesso ci preoccupiamo che i nostri bambini siano pronti a salutare le persone che li conoscono, che in casa non facciano troppo chiasso per non disturbare i vicini, che disegnando non escano dai margini del foglio, evitando così di colorare anche il tavolo di legno pregiato, che invitati a pranzo mangino tutto ciò che gli viene dato, ecc.
Li vorremmo perfetti: genitori e nonni siamo fatti così.
Oggi, all’apertura del convegno in Vaticano sui diritti dell’infanzia cui stiamo partecipando, ci ha colpito un’espressione: “I bambini sono i soggetti del paradigma comportamentale di Gesù: “ .. se non diventerete come questi bambini non entrerete nel regno dei cieli…”.
E’ stato un aprire gli occhi innanzitutto sulle modalità cui deve ispirarsi il nostro comportamento di adulti, il nostro agire e di conseguenza il nostro pensare. Ma è stata una luce anche sulla necessità di rivedere l’atteggiamento che abbiamo verso i piccoli. Quanti inutili ‘no’ diciamo loro in nome di convenzioni ed etichette! Quante briglie vorremmo mettere alla loro creatività, in nome del bon ton! Lasciamoli essere bambini! Ne acquisteremmo entrambi, sperimentando così la vera reciprocità fra generazioni: noi impareremmo da loro e loro sarebbero più autentici.
Queste riflessioni ci hanno dato la conferma che la gioia, la bellezza, l’ottimismo provati ieri per aver passato la giornata con le nostre nipotine non sono stati dettati soltanto dal sentimento ma anche da un’intuizione dell’anima.

sabato 9 gennaio 2010

Legna e carbone

Dicevamo che anche dall’esterno ci giungono stimoli per le nostre scelte. Leggiamo oggi un’agenzia che parla di tentativi in corso in vari Paesi di operare contro famiglia e vita tramite le leggi. Lo stesso comunicato parla anche di altrettanto tenaci sforzi di mobilitazione a loro protezione.
Il 16 dicembre 2009 il governo portoghese ha approvato un disegno di legge che prevede il riconoscimento pubblico del matrimonio tra omosessuali, quantunque senza possibilità di adozione.
Il 17 dicembre 2009 la Corte suprema irlandese, ribadendo il carattere biologico della famiglia, ha emesso una sentenza che qualcuno ha definito storica. In fedeltà alla propria Costituzione e in contrasto con la Convenzione europea sui diritti dell’uomo ha stabilito i diritti del genitore biologico.
In Messico, il 18 dicembre 2009 il Congresso dello Stato del Chiapas ha approvato la modifica dell’articolo 4 della Costituzione in cui si protegge il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale, con esclusione quindi di aborto ed eutanasia.
Sempre in Messico, però, il 21 dicembre 2009 l’Assemblea legislativa del Distretto federale di Città del Messico ha approvato una nuova legge sulle unioni matrimoniali civili tra omosessuali che potranno anche adottare bambini.
Negli Stati Uniti, il 24 dicembre - vigilia di Natale - il Senato ha approvato la Legge di riforma sanitaria del Presidente Obama, inserendo però un emendamento (il “Compromesso Reid”), che permette al governo federale di finanziare i piani di assicurazione privata che coprono le spese di aborto.
In Spagna il governo sta progettando di insegnare nelle scuole la propria visione della sessualità stabilendo moduli di istruzione obbligatoria a tutti i livelli scolastici svolta da “esperti”.
Proprio a Madrid, il 27 dicembre un milione di persone provenienti da tutta Europa sono scese in piazza per testimoniare l’unità della famiglia. Benedetto XVI, in collegamento video, ha detto loro che “..uno dei più importanti servizi che possiamo rendere agli altri è offrire la nostra testimonianza, serena e ferma, della famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. (…) La famiglia è la migliore scuola nella quale si impara a vivere quei valori che danno dignità alla persona e fanno grandi i popoli”.
Un po’ provocati e un po’ stimolati da queste notizie ci sentiamo impegnati ancor più nel mettere in luce con il nostro lavoro e la nostra vita i compiti e le provvidenziali funzioni della famiglia. Questo contribuirà certamente ad aggiungere legna e carbone al fuoco che ha acceso e reso sempre più creativo il nostro Patto.

lunedì 4 gennaio 2010

Il primo gennaio ‘64

I gesti che quotidianamente compiamo sono mossi da valori che via via abbiamo assunto come guida della nostra vita, gli stessi che sono la radice della nostra gioia o del nostro tormento, della nostra angoscia o della nostra pace. Oltre che a questa spinta interna – di cui a volte siamo più o meno coscienti - i nostri comportamenti sono soggetti a stimoli esterni come ad esempio le circostanze in cui ci troviamo a vivere.
Appendendo in cucina il calendario del 2010, abbiamo sentito il desiderio di un momento di comunione tra noi due. Infatti, oltre alla necessità di ri-guardare in quel personale ‘profondo’ del nostro cuore-anima, sentivamo il desiderio di farlo anche insieme, per aiutarci a cogliere in forma più larga significati e dimensioni della identità che caratterizza le nostre personalità.
Siamo così andati al santuario della Madonna del Divino Amore. Era una giornata bellissima: cielo terso, luce scintillante, aria frizzante. Una folla si alternava nelle messe che si susseguivano, tanto che abbiamo dovuto più volte cambiare di posto per far accomodare una coppia con bambini, un gruppo di immigrati cinesi, degli anziani invalidi. Ma tutto questo non ha minimamente turbato quanto stava avvenendo tra di noi. Sentivamo che questo era un nuovo appuntamento con la nostra storia, personale e di coppia. In quell’unità che non ha bisogno di tante parole abbiamo rinnovato quel Patto che come un lampo di luce si era manifestato il giorno del nostro primo incontro, il 1° gennaio ’64, rimasto nel ‘profondo’ di ciascuno come la guida, la forza del nostro ‘noi’.
Attorno a noi la folla sembrava sorridere: coppie giovani, bambini e nonni in libertà, tutti parevano partecipare di questo disegno che continua a svilupparsi sulla forza di un continuo sì che vogliamo dirci.

giovedì 17 dicembre 2009

Il tiramisù

La definizione che se ne trova su Wikipedia è "dessert al cucchiaio a base di savoiardi inzuppati nel caffè e crema di mascarpone". Segue poi la ricetta che ne spiega la preparazione.
Da tempi immemorabili in casa nostra agli ospiti si offre il tiramisù e sempre con un grande successo! Molti si fanno invitare apposta per poter gustare alla fine del pranzo questo dolce che Anna, nel corso degli anni, ripetendone le preparazioni e le successive degustazioni, ha portato ad una raffinatezza eccellente.
Questa mattina ho collaborato anch’io. L’avevo fatto altre volte, senza porvi troppa attenzione, cosicché la firma del tiramisù è sempre stata di Anna. Ma stamani volevo proprio impegnarmi con lei. Le avevo appena detto qualcosa non tanto piacevole. Le avevo poi chiesto scusa, ma volevo dirle anche con i gesti che le volevo bene. Così, inaspettatamente, ho scoperto una componente non spiegata nella ricetta: i tempi di inzuppamento dei savoiardi. Io immergevo il biscotto solo quando vedevo Anna pronta per toglierlo, e così uno dopo l’altro, in modo che non si inzuppassero troppo ma rimanessero in grado di assumere - nel tempo di posa in frigo - anche la crema di mascarpone.
Mi sono appassionato a questo lavoro, del resto finito abbastanza presto. Ed ero felice, perchè anche se sono negato in cucina, una cosa ero riuscito a scoprirla, così potevo dire che il segreto di un tiramisù eccellente ora era anche mio.
Uscendo poi, vedo per strada dei cartelloni pubblicitari con scritto: anche per il tiramisù ci vuole energia. Queste parole mi hanno ispirato lo slogan che scriverei io: anche per il tiramisù c’è bisogno di un “di più” d’amore.
Allora il risultato è perfetto, non tanto e non solo per un tiramisù, ma soprattutto nel rapporto a due.

sabato 12 dicembre 2009

Un crocevia di pensieri 3


Alla sera troviamo una riflessione dell’autore del "Viaggio in Italia", Goethe, che scriveva: "non si arriva mai tanto lontano come quando non si sa dove si va".
Siamo viaggiatori che vogliono andare lontano ma bisognosi di continue conferme. Amare la persona che ci sta accanto così come quelle lontane è certamente via per progredire nella conoscenza del senso della vita. Ma l’esperienza di persone come Madre Teresa, Chiara Lubich e altri ci rivelano che amare è soprattutto un incontro con qualcuno che ci è già vicino, che si dà tutto per noi.

venerdì 11 dicembre 2009

Un crocevia di pensieri 2


Stiamo ancora pensando all’inquietudine senza risposta di Carlo Rubbia e alla fede mai perduta di Madre Teresa quando, continuando il lavoro, passiamo lo sguardo su ciò che ha detto Benedetto XVI nell’udienza di mercoledì: “.. un solo compito è affidato a ogni essere umano: imparare a voler bene, ad amare, sinceramente, autenticamente, gratuitamente. L’arte delle arti è l’arte dell’amore che permette una conoscenza molto più profonda di quella operata dalla sola ragione”.
Papa Ratzinger invita ad amare per conoscere più profondamente. Effettivamente vorremmo sapere dove il treno sta andando, chi è il macchinista. Madre Teresa, che ha speso la sua vita ad amare il prossimo, lo sapeva bene.

Un crocevia di pensieri 1


Qualche settimana fa nel volo da Ginevra abbiamo salutato Carlo Rubbia. Oggi leggiamo che il noto fisico ha detto che “siamo su un treno che va a trecento chilometri all'ora, non sappiamo dove ci sta portando e, soprattutto, ci siamo accorti che non c'è il macchinista”.
Stavamo ancora riflettendo su questa sconcertante affermazione quando leggiamo che nel 2007 un giornalista del Times, ha impunemente scritto che anche Madre Teresa aveva perso la fede. Che ne poteva sapere lui degli abissi tenebrosi e delle vette di luce a cui sono chiamati i Santi! Nel 1994 abbiamo avuto occasione di stare con la Madre due volte: la prima ero andata ad incontrarla nella sua residenza a Roma, le cui stanze servivano esclusivamente per l’assistenza ai poveri, tanto che ci ha ricevuto nel giro scala; la seconda, in piazza S.Pietro, dove è rimasta un intero pomeriggio in un angolo del palco in attesa di leggere al microfono la sua preghiera al Padre per la famiglia.

martedì 1 dicembre 2009

Il giubbotto

A proposito di perdere tempo. Una delle nostre figlie, di allora 16 anni, aveva bisogno di un giubbotto nuovo. “Sabato andiamo a comperarlo”, le ho promesso. Non mi era stato facile ritagliare quello spazio, perché era un momento un po’ impegnativo per il mio lavoro. Siamo uscite di casa alle 14, sperando in cuor mio che ci saremmo sbrigate, così magari mi sarebbe rimasto un po’ di tempo per il lavoro. Invece, negozio dopo negozio (abitando a Roma la scelta, potete immaginare, è molto ampia), “quel” giubbotto non si trovava. Tutti avevano qualche cosa che non andava. Uno la faceva grassa, un altro aveva colori troppo vivaci, un altro era troppo smorto. E anche quando erano oggettivamente belli, a dire suo esprimevano tendenze che lei non voleva assumere. Io non capivo, ma lei mi spiegava che chi porta un certo tipo di giacca è di destra, chi un altro tipo è di sinistra, ecc. Le classiche “fisse” che i ragazzi si mettono in testa. Ma non gliel’ho detto, anzi, continuavo a dimostrarmi entusiasta di questa possibilità di inculturarmi con la mentalità dei ragazzi di oggi. Soltanto verso le otto di sera, abbiamo trovato il giubbotto giusto. Personalmente ero esausta, ma cercavo di non farglielo vedere. Salite in macchina, stranamente la ragazza ha cominciato a confidarsi. Dapprima, con mezze parole, mi ha parlato del suo disagio di testimoniare il suo essere cristiana con i compagni di scuola. Per arrivare a dirmi che lei stava pensando di provare a fare altre esperienze. Il traffico era intenso così abbiamo avuto il tempo di parlare. Non ricordo che cosa le ho detto. Credo di essere riuscita soltanto a dirle cos’era per me vivere i valori della fede. Dopo un certo silenzio lei mi ha detto: ho capito. Ed ha cominciato a canticchiare una canzone, come per darmi un segno che quella crisi che stava vivendo era superata.

sabato 28 novembre 2009

Ragazzi e ragazze

Con i bambini prima, e quando sono adolescenti poi, occorre saper stare insieme. Occorre perdere tempo con loro. Per ascoltarli, per "fare" insieme a loro, per incoraggiarli, per riscuotere la loro fiducia e così poterli correggere con amore, per offrire loro quegli elementi di crescita che solo noi genitori abbiamo il compito di trasmettere. Non dobbiamo delegare tutto alla scuola, alla parrocchia, o al gruppo giovanile. C’è una parte che possiamo e dobbiamo fare solo noi.
Per esempio aiutarli a formare il loro carattere e a temprare la loro forza di volontà, ad acquisire una corretta educazione all’affettività, sapendo che ciò che li formerà come persone non sono tanto le parole, quanto l’esempio. E soprattutto il nostro essere. Il nostro primogenito, diciassettenne, è uscito con il motorino e, a mezzanotte non è ancora rientrato. Aveva molti amici, ma anche diverse amiche: una di queste voleva spesso confidargli le sue idee o problemi. D’accordo con Anna ho preso la macchina ed ho incominciato a girare per i diversi parchetti del vicinato. Verso mezzanotte e mezza, da lontano, vedo su una panchina, sotto un lampione accesso, un ragazzo ed una ragazza. Erano loro. L’atteggiamento era – nonostante l’ora - così composto che sono proseguito sperando di non essere stato visto. Ho tranquillizzato Anna e lui all’una è tornato.

venerdì 27 novembre 2009

I sassi

Quando arriva il primo bambino, il dialogo familiare si arricchisce di un nuovo interlocutore. Egli non sa ancora parlare, ma già è dotato di buoni strumenti comunicativi. Per esempio il pianto. A questo proposito ci sono tante teorie, che vanno dal lasciarli piangere, perché così non si viziano, al soccorrerli subito, perché così non crescono col senso di abbandono. Noi siamo dell’idea che ogni genitore, grazie all’istinto paterno e materno, ha già in sé una buona guida, e insieme sapranno trovare il giusto orientamento per il loro bambino. Nonni, zii, cognati, possono dare dei consigli, ma meglio di ogni cosa è lasciar fare al papà ed alla mamma. Se all’istinto si aggiunge la consapevolezza che prima di essere nostri figli, sono figli di Dio, come genitori possiamo acquisire un valore aggiunto: la coscienza che amarli significa aiutarli a realizzare il progetto che Dio ha sulle loro persone. Per questo, fin da piccoli occorre vivere un vero dialogo. Che non significa fare lunghi discorsi. E’ ancora vivo in noi un episodio di tanti anni fa,quando i nostri primi due figli avevano 6 e 4 anni. Stavano giocando tranquillamente quando passa un ragazzino più grande di loro che lancia dei sassi nel nostro giardino. Salgono in casa e chiedono cosa fare. Li abbiamo ascoltati, fatti rasserenare e poi abbiamo dialogato su come vedere l’altro, su come amare il prossimo, ecc. Alla fine tutti insieme siamo arrivati ad una risoluzione coraggiosa (che noi da su avremmo monitorato): facciamo giocare anche lui nel nostro giardino. Dopo alcuni minuti Roberto ha timidamente accettato di entrare e a giocare con Paolo ed Enrico. Nello stesso giorno poi abbiamo preso contatto con la sua famiglia e siamo diventati amici dei suoi genitori.

mercoledì 25 novembre 2009

I quadri

Nella coppia non sempre possiamo e dobbiamo pensarla allo stesso modo, ma sempre possiamo sforzarci di ascoltare e capire le ragioni dell’altro, imparando a perdere per amore anche il nostro pensiero. Ed ho visto che quando abbiamo il coraggio, ognuno dei due, di ‘perdere’ il proprio punto di vista, le decisioni che poi prendiamo sono veramente condivise, anche se siamo partiti da due punti opposti. Vediamo infatti che spesso succede che da due idee diverse, perse per amore dell’altro, nasce una terza idea. Una soluzione che piace a tutti e due. Questa terza idea crediamo sia l’idea dell’Amore.
Recentemente due giovani sposi ci raccontavano di aver ricevuto in regalo dei quadri. A me, diceva lei, piacevano vicini e alla stessa altezza. A mio marito invece uno più alto ed uno più basso. In un primo momento la ragazza aveva cercato di convincere il marito che la sua opinione era la migliore. Poi si è ricordata del ‘farsi uno’ per amore. E per amore ha ceduto il suo punto di vista. Anche lui ha fatto lo stesso. Hanno cominciato a muovere i quadri nella parete e ascoltandosi, perdendo e accogliendo il pensiero l’uno dell’altro, hanno trovato la soluzione migliore per entrambi.
Fin che si tratta di quadri, la cosa può avere un’importanza relativa. Ma quando ci si trova di fronte alla bocciatura di un figlio, o a quella figlia che vuole andare a convivere, o a decidere come fare con quel genitore ormai anziano che ha bisogno di cure continue, le cose diventano serie. A volte in famiglia si presentano problemi più grandi di noi. Ma la soluzione è sempre la stessa: ascoltarci, accoglierci, credere nell’amore l’uno dell’altro. Dialogare.

lunedì 23 novembre 2009

L'esame


Nonostante l’impegno ad ascoltare e parlare per amore, non sempre ciò che ci diciamo, viene totalmente condiviso dall’altro. A volte emergono posizioni diverse, anche molto diverse. Perché nella coppia siamo diversi: per educazione, per carattere, per sensibilità, ma soprattutto perché siamo un uomo e una donna. Una coppia un giorno ci diceva: quando parliamo di soldi, dei figli, o delle rispettive famiglie d’origine, finiamo sempre per litigare. In certi casi verrebbe il desiderio di non addentrarci in argomenti scottanti, per evitare eventuali conflitti. Invece sono temi importanti. E se nella coppia non vengono affrontati, prima o poi si creano dei problemi anche seri. E la strada è sempre il dialogo per amore. C’è un episodio, nella nostra vita a due, che non sono più riuscito a dimenticare. Avevo chiesto il permesso dal lavoro per sostenere un esame di sociologia dell’educazione all’università di Trento, cui ero iscritto. Le tante incombenze familiari degli ultimi giorni non mi avevano lasciato il tempo di completare la preparazione. La sera prima, mentre stavo per dire ad Anna che avevo deciso di saltare la sessione, lei mi chiede: a che ora parti domattina? Non vado, ho risposto, non mi sento preparato! Ma come, ogni giorno insieme educhiamo i nostri due bambini, ogni giorno parliamo di educazione anche sotto l’aspetto sociologico, hai studiato, e ora dici che non ti senti preparato? No, nonostante tutto non mi sentivo preparato. Ma la notte ha portato consiglio. Se Anna mi dice così, accetto anche la brutta figura di una bocciatura, pur di poterle dimostrare che le voglio bene. E di buon mattino ho preso il treno. Il professore, sentendo come intendevo trattare il tema, ha chiamato il “comitato del controllo politico degli esami” (si era ancora nel clima del ’68 e l’Università era sotto occupazione) e mi ha fatto parlare davanti a loro. All’unanimità è stata approvata la proposta del professore: 30 e lode.

venerdì 20 novembre 2009

Le forme del dialogo, vol.3

Anche per il dialogo occorre silenzio, nel senso di saper ascoltare. Per accogliere pienamente l’altro, per dargli spazio, per rispettare e valorizzare ciò che vuole dirmi occorre il mio silenzio interiore. Ma dev’essere un silenzio attivo, espresso anche nell’atteggiamento esterno, col quale dimostrare a mio marito tutto l’amore che gli porto. Anche l’espressione del volto è importante, che dovrà essere sereno, disteso, interessato, pieno di fiducia.
Una piccola regola mentre ascoltiamo: non trapelare fretta. Quando Alberto mi parla so che devo cercare di essere aperta al nuovo che in quel momento mi sta comunicando. Ma non è una cosa facile perché ci conosciamo da tanti anni e istintivamente penso di sapere già quello che lui mi vuole dire. Oppure mi viene da pensare alla risposta da dargli. Invece occorre spazzare via tutto questo e cercare di ‘farci uno’, cioè diventare l’altro essendo vuoti di tutto, continuando ad avere attenzione, comprensione, apprezzamento per quanto egli comunica. Una sera aspettavamo ospiti a cena. Anna, rientrando si accorge che il campanello non suona: Alberto, puoi pensarci tu? Io resto stupito della richiesta e sto per dirle che non me ne intendo di elettricità. Ma mi fermo in tempo. Cosa posso fare? E’ sabato sera, non posso chiamare un tecnico. Posso guardare ogni tanto fuori dalla finestra per vedere quando gli ospiti arrivano: ma questo è come fare nulla. Ho preso la scala e il cacciavite. Per la prima volta vedevo da vicino come è fatto un campanello elettrico. Ho svitato una vite e poi l’ho riavvitata. Mentre ero ancora sulla scala gli ospiti sono arrivati e il campanello è suonato!

mercoledì 18 novembre 2009

Le forme del dialogo, vol.2

Una forma di comunicazione sono i gesti: un abbraccio affettuoso, uno sguardo di tenerezza, una carezza di approvazione, di incoraggiamento; un sorriso; un atto di cura (cucinare, stirare, ecc., anche noi uomini) fatto per amore dell’altro. Gesti che spesso valgono più di tante parole. Ad esempio, un bacio in fronte a nostra figlia ricoverata in attesa di un intervento chirurgico. Ora sta facendo esami e controlli medici preparatori. La vicinanza, la solidarietà, la condivisione, danno serenità anche nelle prove. Senza dimenticare di coltivare il dialogo, un buon dialogo, che rappresenta sempre la forma di comunicazione più significativa per il rapporto con ogni persona, ma in particolare per la coppia.

lunedì 16 novembre 2009

Le forme del dialogo, vol. 1

Fra le tante modalità di comunicazione nella coppia, una è il silenzio. E’ usuale per gli innamorati rimanere muti ed estatici di fronte allo spettacolo di un tramonto, o al fuoco scoppiettante del camino, o al figlioletto che dorme nel suo lettino.
E’ il “silenzio eloquente”, nel quale ci trasmettiamo in diretta un’emozione, un forte sentimento che stiamo provando insieme. Col passare del tempo, forse perché ci sono (o crediamo che ci siano) tante cose da fare, questi momenti non si ripetono più tanto spesso. Invece occorre saper recuperare questi momenti di silenzio, come quelli di dialogo sereno.
Sabato scorso siamo andati a pranzo da nostra figlia che da quasi un anno, assunto il cognome del marito, è la signora Pawlikowska. Dopo aver gustato dei piatti tipici preparati alla maniera polacca, seguendo le indicazioni culinarie della consuocera, abbiamo giocato con inconsueti dadi a 12 facce, anch’essi della terra del genero. Una lezione anche per noi su come semplificare la vita e ridiventare come i bambini che sanno stupirsi delle cose nuove che Dio ogni giorno ci dà e condividerle con chi ci vive accanto.