domenica 1 maggio 2011

Il Papa della famiglia


Hescham, il pizzaiolo egiziano sottocasa di cui siamo affezionati clienti, ci ha chiesto: “Andate a S. Pietro per la beatificazione del Papa”? Abbiamo risposto che lasciavamo lo spazio a quel milione di persone che stavano arrivando da tutto il mondo. Ma che saremmo stati lì con tutto il cuore. “Che fosse un uomo grande lo avevamo capito tutti – ha aggiunto – ma voi perché ce l’avete nel cuore?”. Giovanni Paolo II è stato anche il Papa della famiglia, abbiamo risposto. Avremmo potuto argomentare questa affermazione descrivendogli la ricchezza delle sue catechesi sulla corporeità, le luminose novità contenute nelle sue lettere apostoliche sulla famiglia, ma lui musulmano, forse non avrebbe capito. Allora gli abbiamo raccontato un episodio. Era il 1994 – anno internazionale della famiglia - e stavamo collaborando per la realizzazione a Roma del primo Incontro mondiale delle famiglie della Chiesa cattolica. La sede ideale era Piazza S. Pietro. Ma fin dai tempi del Bernini la piazza non aveva mai ospitato un palco: solo il baldacchino per le celebrazioni e il presepio di Natale accanto all’obelisco e a tutt’oggi su questo monumento – ci era stato detto – “non si può piantare neanche un chiodo”.
A tre mesi dall’evento il Papa chiede notizie della preparazione. Gli viene esposto il programma e spiegato che come sede è stata ottenuta dal Comune di Roma Piazza S.Giovanni. Lui ha detto: “Perché non Piazza S. Pietro?”. Evidentemente Egli desiderava che le famiglie fossero nel cuore della Chiesa. E si trovò il modo di realizzare palco e strutture di copertura per l’eventualità della pioggia senza piantare alcun chiodo. Quel giorno, che per la prima volta ha visto Piazza S. Pietro ospitare una manifestazione non liturgica, insieme a noi – scelti all’ultimo momento come presentatori - su quel palco è salita anche Madre Teresa per leggere una sua preghiera per la famiglia.
Stupendo! ha esclamato Hescham. E grazie a lui di averci dato l’occasione per ricordare quei momenti così speciali.

mercoledì 23 febbraio 2011

La scelta

La vita di famiglia ci chiama continuamente a delle scelte. Alcune impegnative, come chiamare alla vita un figlio, cambiare lavoro, cercare un’altra abitazione, prendere in casa un genitore non più autosufficiente, dare la propria disponibilità nel sociale, ecc. Altre meno ardue, ma non meno importanti, che possiamo definire di ordinaria quotidianità. Premesso che la prima scelta di valore è quella di disporci ad amare la persona che abbiamo davanti - con una particolare priorità ai famigliari, nostri primi prossimi - spesso ci troviamo di fronte a due o più strade percorribili, che sono per così dire indifferenti. E’ chiaro che di fronte al bene o al male si deve scegliere sempre il bene, ma a volte si deve decidere per un sì o un no che sulla scala dei valori hanno lo stesso peso. Ma quale dei due è la volontà di Dio per noi? Chiara Lubich ci ha suggerito in questi casi di mettersi d’accordo con Dio: io voglio fare la tua volontà, ma in questo momento non capisco quale sia. Allora mi metto in quella che mi sembra la più giusta, ma sono pronto a cambiarla se tu mi fai capire diversamente. Recentemente ci si poneva una domanda: la nostra automobile ha ormai 11 anni, può considerarsi ancora un mezzo affidabile?
Non avevamo soldi per comperarne una nuova, ma vedevamo che le case automobilistiche stavano facendo delle offerte molto convenienti. Potevamo così prenderla pagando con comode rate. Siamo anche andati dal concessionario per vedere su quale modello orientarci. Ancora non l’avevamo detto in giro, quando uno dei nostri figli ci ha chiesto in prestito la macchina. Al momento di restituircela ha detto: questa auto va molto bene, sicuramente vi durerà ancora alcuni anni.
In questo incoraggiamento ci è parso di vedere più chiara la strada da percorrere... con la nostra attempata, gloriosa macchina blu.

lunedì 21 febbraio 2011

Giovani & rosikamenti

“Ròsiko a pensare che voi andate a O’Higgins”!
Nell’accompagnarci all’aeroporto, così nostra figlia esprimeva il suo rammarico per non esserci andata da studentessa. Una reazione che ci ha sorpreso, sapendola ora felice del suo matrimonio e in dolce attesa.
Giunti in questa mitica località al centro della pampa argentina, nella gran Buenos Aires, abbiamo aperto gli occhi su una realtà davvero sorprendente. Non tanto e non solo per la lussureggiante coltivazione, i tramonti mozzafiato e la notte illuminata dalla Via Lattea, ma per l’originale esperienza di un nuovo insediamento chiamato Mariapolis Lia. Ottantatre ettari di terreno, di cui una trentina urbanizzati, da alcuni decenni danno casa a centocinquanta abitanti dei quali metà giovani. Questi ultimi, provenienti da varie nazioni del sud America ma anche da Europa e Asia, scelgono di vivere un anno in questa cittadella per fare l’esperienza della fraternità universale, lavorando, dialogando, facendo musica e sport, in un clima ispirato al Vangelo.
Nell’approfondimento dei valori spirituali e culturali secondo la spiritualità di Chiara Lubich, essi si inseriscono in un processo di umanizzazione a ‘tutto tondo’, dando così una base solida alla loro vita di futuri professionisti, insegnanti, artigiani, padri e madri di famiglia. Un mondo sconosciuto alla nostra società, soprattutto occidentale, stordita dall’individualismo e dalla ricerca materiale. Al ritorno abbiamo riconosciuto a nostra figlia che aveva proprio ragione di sognare quell’esperienza, ma che non tutto era perduto. Se è vero che O’Higgins è la città dei giovani, non vuol dire che non ci siano le famiglie. Una decina vi risiede stabilmente, altre, con tanto di bambini al seguito, vengono per degli stages organizzati ogni anno nel mese di gennaio… allora ripareremo al non averla mandata come ragazza aiutandola ad andare come giovane famiglia :-)

venerdì 18 febbraio 2011

Tutto regalato

Recentemente siamo stati in Argentina. Sapendo che lì è piena estate, giunti a Fiumicino decidiamo di lasciare i cappotti. Nostra figlia che ci aveva accompagnati ce li avrebbe portati quando sarebbe venuta a riprenderci. Arrivati a Buenos Aires ci raggiunge un messaggino sul cellulare: chiamatemi subito. Era ancora nostra figlia. Qualcuno si era introdotto nella macchina, aveva preso i cappotti e il libretto di circolazione. Con le chiavi di casa che erano nelle tasche (mai lasciare le chiavi nella macchina!), il percorso è stato facile per risalire indisturbati all’abitazione. Infatti la casa è sottosopra e nel verbale dei carabinieri c’è da indicare ciò che presumibilmente è stato rubato. L’abbiamo rassicurata che oggetti di valore non ne abbiamo e per due settimane non ci abbiamo più pensato. Al rientro a Fiumicino già al vedere i vecchi cappotti ci siamo ricordati dei nostri ancora in buono stato, anzi quello di Alberto era stato appena comperato ai saldi. Mancava anche il cappello, un modello originale comperato in Norvegia: una puntura di spillo al cuore. A casa ci ha fatto impressione vedere le nostre cose all’aria: altra feritina, superata col proposito di voler in cuor nostro regalare ai ladri tutto quello che hanno preso, sperando che in questo modo non resti nella loro anima questo ingombro al giudizio finale. Sì, non avevano preso niente, tranne le collane di bigiotteria e un vassoio di peltro, che però faceva la sua figura.
Ma no, c’era dell’altro: mancavano alcune targhe e medaglie commemorative, ricevute personalmente da Giovanni Paolo II. Non certo d’oro, ma molto significative per noi. Regaliamo anche queste, seppur con fatica.
Nonostante ci fossimo staccati dalle cose preziose, riflettevamo che in fondo in fondo c’è sempre qualcosa a cui ci si attacca. Ieri dovevamo andare ad una riunione ufficiale a Roma e ci siamo messi un po’ in tiro: abito blu e le scarpe buone.
Dove sono?
Ah, ecco la scatola…vuota!
Regaliamo anche quelle.

mercoledì 16 febbraio 2011

Bambini in adozione

Finalmente nelle prime pagine dei giornali, al posto di gossip e controreazioni, un argomento di valore: l’adozione dei minori. La recente sentenza della Cassazione che afferma che “I tempi sono maturi per i single” ha avviato un vivace e interessante dibattito che mette in luce quanto questa materia stia a cuore a istituzioni e cittadini, anche se con punti di vista a volte lontani.
Un dato su cui tutti pare concordino è che l’obiettivo da raggiungere è quello di offrire ai bambini in situazione di abbandono le migliori condizioni per crescere. Si concorda anche che tali condizioni siano più favorevoli con la presenza di un padre ed una madre, ma non si vuole privare della chance adottiva chi per svariati motivi è solo, essendo comunque portatore di un patrimonio d’amore da donare. Nel coro dei commenti, la dissonanza sta proprio qui: parificare il diritto del bambino ad avere una famiglia al desiderio dell’individuo di adottare un bambino.
Non si tratta di due ‘diritti’. Desiderare di dare amore – gesto lodevole e di grande spessore umano - non riguarda la sfera dei diritti ma quella della generosità, dell’altruismo, del dono di sé. Valori questi che di per sé dovrebbero portare ad interrogarsi su quale sia il modo ottimale per esercitarli, nella consapevolezza che i diritti personali (desiderare un figlio) non valgono più di fronte ai diritti altrui (crescere in una famiglia). E’ comprensibile che quando si voglia dare amore si pensi ai bambini soli, ma là fuori c’è un mondo che ha bisogno d’amore, e chi sinceramente vuole donarsi agli altri, avrà solo l’imbarazzo della scelta.
Qualche editorialista sostiene che l’adozione dei sigle sia “mettersi dalla parte dei bambini”. Dalla parte dei bambini ci sono già tutte quelle coppie che con pazienza e amore si sono sottoposte alla trafila del tribunale e dei servizi sociali per la verifica della loro idoneità all’adozione. E tutte quelle che aspettano quel desiderato abbinamento che richiede spesso un’attesa di anni. Queste sono da sostenere e da aiutare anche economicamente perché il bambino possa essere accolto al più presto. Non vorremmo che fosse anche qui l’ideologia, manifesta o latente a guidare le nostre leggi.

lunedì 14 febbraio 2011

Le piazze del 13 febbraio 2011

A vivere il presente con solennità, anche la giornata di un semplice impiegato acquista senso. Dal cordiale saluto ai colleghi, alle (non più) noiose pratiche da sbrigare, dietro alle quali scopri che ci sono delle persone concrete che aspettano una risposta, al rientro a casa senza la consueta sosta al bar tanto cara a chi non ha nessuno che l’aspetta. Spesso non si vive la vita, la si sorvola. Invece, a viverla concentrati nel presente cercando di essere amore, anche la vita più modesta può diventare importante. Ogni gesto, come un semplice sguardo di intesa, un sorriso, un ascolto disinteressato, ti fa sentire un’altra persona, più realizzata, più felice. Acquisti una nuova dignità verso te stesso e verso gli altri.

Un tema, questo della dignità, che ieri ha movimentato 230 piazze d’Italia e del mondo.
Era ora che si affermasse a chiare lettere che a tutti, donna e uomo che siano, va riconosciuta la dignità del loro essere persona, un valore che va ben più in là del successo e del denaro. Era importante sottolineare che per nessuna ragione al mondo si può strumentalizzare un altro essere umano, tantomeno minorenne, per sedare il proprio bisogno di autoaffermazione.
Sia che siamo ricchi sia che non lo siamo, vivere la vita è un’altra cosa.

martedì 3 agosto 2010

E’ sorprendente

Quattro dentini in tutto. Alessia, 1 anno, si gode il mare insieme alla mamma vicino al nostro ombrellone. E’ ai suoi primi passi e le basta il sostegno di un dito per lanciarsi alla conquista del mondo. Dopo un anno in cui per ogni cosa ha avuto bisogno di mamma e papà, ora si sta affacciando alla vita da protagonista.
E’ un fagottino di tenerezza: le parli e lei ti risponde subito con le manine e qualche gridolino. Se sente la voce del papà, subito si gira verso quella direzione. Se la mamma parla troppo a lungo con un’altra signora, le gira la faccia affinché guardi lei.
E’ evidente che capisce ‘tutto’ e che presto saprà anche pronunciarlo con le parole.
Ad osservarla, ci sono venute alcune riflessioni innanzitutto sull’’efficienza e precocità davvero sorprendenti delle facoltà intellettive dell’essere umano.
Se ora Alessia è in grado di capire ‘tutto’ vuol dire che in questo suo primo anno di vita ha già avuto modo di interiorizzare non solo le parole che ha sentito pronunciare, ma anche il loro significato. Senza bisogno che qualcuno si sia messo lì a spiegarglielo. E’ avvenuto e basta.
Da ciò la responsabilità di noi genitori nell’accompagnare i figli nella vita, fin dalla più tenera età! Perché come per le parole, già fin dal primo anno di vita essi assorbono sentimenti, valori, comportamenti etici. E tutto questo attraverso l’humus che respirano in casa. E’ proprio vero che si può dire allora che i genitori non debbono ‘fare’ nulla per educare i figli: basta l’essere, il loro saper essere amore.

venerdì 23 luglio 2010

Famiglia e politica


Un'esperienza significativa, quella di Toni e Vanda. Li avevamo conosciuti più di trent'anni fa, nella loro Montegalda, piccolo centro tra Vicenza e Padova: lei casalinga, lui chef presso una casa di "signori". Poi non ci siamo più rivisti. Ora che Toni è in Paradiso, Vanna ci ha resi partecipi di alcuni documenti della vita assieme a Toni, fra cui una fitta corrispondenza che loro due "modesti pensionati e privi di cultura" -come si autodefinivano- hanno tenuto con alcuni personaggi della politica.
Nel 2003, all'allora Presidente della Commissione Europea, subito dopo l'attentato con pacco-bomba, hanno scritto:
"...la saggezza e la speranza che lei sa infondere anche nei momenti più critici ci fa credere in un mondo migliore, dove il dialogo fra persone e popoli è ancora possibile. Ogni giorno la ricordiamo nelle preghiere, ma da quanto è appena accaduto lo faremo con più impegno... Grazie per tutto e tanti auguri a Lei ed ora, in modo speciale a sua moglie per una completa e stabile guarigione".
Questa letterina aveva toccato il cuore del destinatario che, di suo pugno, ha risposto: "Vi ringrazio per l’interessamento verso le recenti vicende che mi hanno colpito direttamente, ma che non mi hanno certo tolto la serenità… Con molta amicizia..."
Vanna e Toni hanno continuato a seguirlo anche quando ha accettato di impegnarsi per un nuovo ruolo nelle istituzioni in Italia. Il 26 novembre 2005 scrivono: "Carissimo signor Presidente, questo è il nostro augurio, che Lei fra poco possa esserlo realmente! ...Abbiamo seguito nella trasmissione Otto e mezzo di LA 7 il dibattito sui delicati temi del concordato e della bioetica che sicuramente tra poco diventeranno motivo di scontro dentro [la sua coalizione] e di crociate acchiappavoti [nell’altra coalizione]". E dopo aver espresso il timore che su questi temi la coalizione sia scardinata e l’Italia riportata indietro di 20 anni, ripetono: "Presidente, ci affidiamo ancora una volta a Lei che sentiamo come voce fuori dal coro per chiarezza, senso dello Stato ed equilibrio morale. Ancora una volta la sua autorevolezza non lasci spazio per equivoci o rimaneggiamenti sui temi indicati. ...Con profonda stima salutiamo lei e la signora."
Vanna e Toni hanno preso ancora carta e penna per scrivere ad un altro personaggio politico : "... parlate seriamente di programmi in cui siano presi di mira i reali problemi del popolo italiano... per avere il voto della parte più dialogante dei votanti; perché c’è bisogno dell’apporto di questi elettori; perché certi principi etici non sono patrimonio solo dei cristiani, bensì di tutti gli uomini di buona volontà. … Abbiamo bisogno di buoni politici... perché la gente accoglie ciò che vede vissuto".
Sono alcune delle diverse iniziative con cui questa semplice famiglia ha esercitato la cosiddetta cittadinanza attiva, pur rimanendo a casa, pur vivendo in un piccolo paese di provincia. Il fatto è che Toni e Vanna, semplicemente, hanno saputo testimoniare i valori nei quali per tutta la vita, come "famiglia nuova", hanno fermamente creduto.

domenica 18 luglio 2010

Giappone 2

Kyoko ci ha accolti all’aeroporto Narita con in braccio Rio, la sua bambina. Con lei c’erano anche il papà e la mamma, per dirci tutto il loro affetto rimasto vivo anche a distanza di 15 anni.
Nel 1995 infatti era stata come studente nella nostra casa per un anno intero, durante il quale, più figlia-sorella che ospite, ha partecipato delle nostre amicizie, dei nostri interessi, dei nostri modi di esprimere i sentimenti. Per la nostra famiglia Kyoko è stata un dono speciale. Con lei ogni cosa prendeva calore e colore: un incontro con qualcuno, studiare o fare shopping, ricevere degli ospiti a pranzo o a cena, tutto era occasione di gioia.
A distanza di tempo ci siano sempre ritrovati dentro un suo insegnamento: quando è stato fatto un progetto, lo si deve attuare con impegno e fedeltà fino in fondo. Ora che siamo stati nel suo Paese abbiamo capito che questo valore è espressione di millenni di cultura, religiosa e civile del popolo giapponese. Le siamo doppiamente grati perché al suo personale ha saputo aggiungere il dono di un popolo.

martedì 13 luglio 2010

L'armonia dell'anima

L’anima fa funzionare la testa, mi ha spiegato Walid. Se hai delle motivazioni profonde e ti senti spinto a capire di più la situazione che stai vivendo, dall’anima puoi trarre modi e forme per dare più pienamente senso, armonia, al tuo agire.
L’altra sera avevamo deciso di fare il punto della nostra situazione domestica: c’erano tanti sospesi da decidere: la sostituzione del frigorifero, la ritinteggiatura di tutto l’appartamento, ecc. Ci stavamo accomodando in soggiorno quando arriva una telefonata. Risponde Anna che per lasciare libero Alberto di fare altre cose va in un’altra stanza. Alberto rimane sul divano che è davanti alla televisione ma non la accende. Quel tempo lo avevano già dedicato a noi due, quindi andava speso insieme. Sistema meglio le sedie, rende più luminosa la lampada alogena, spolvera il centrotavola. Ogni particolare della stanza rimanda a noi due perché ogni oggetto è espressione di una scelta fatta insieme. Gli occhi passano da un particolare all’altro e ad un certo punto, oltre la vetrinetta scorge una ragnatela. Un lampo e la toglie. Ecco il perché di quella telefonata che ha ritardato il nostro incontro. La stanza era la metafora del nostro rapporto. La nostra vita a due è una realtà viva che si costruisce innanzitutto quando l’altro non c’è. Ed è completa se all’anima si unisce la testa, se ai sentimenti si uniscono le azioni: così il loro insieme diventa amore.

giovedì 1 luglio 2010

In Giappone 1

In un viaggio che ci ha portati a Tokyo e a Nagasaki, abbiamo avuto la possibilità di conoscere un po’ di più la fisionomia di questo grande Paese che è il Giappone.
L’efficienza è senz’altro una sua caratteristica. Tutto funziona con estrema precisione ma questo non è solo un dato tecnico. Nelle strade non vedi una sola carta per terra; treni, autobus, monumenti sono tutti puliti, i cartelloni pubblicitari sono pochi e discreti. Una precisione che diventa ordine, armonia. Anche da questi dettagli si capisce il profondo rispetto tra le persone.
In una metropoli di 20 milioni di abitanti la quiete avrebbe tante occasioni per trasformarsi in caos, ma così non è. I treni arrivano sempre in orario, le autostrade che attraversano la città non hanno intasamenti: tutti sentono come una scelta propria i limiti di velocità, il non usare il clacson, programmarsi in tempo ciò che si vuol fare.
Se una famiglia giapponese fa visita ad un’altra famiglia ed è in anticipo, si ferma nelle vicinanze della casa aspettando che scocchi l’ora dell’appuntamento.
Un’esperienza diretta di questa efficienza pienamente umana l’abbiamo fatta quando Anna è scivolata sulle scale della stazione di Yotsuya. I passanti si sono subito prestati ad aiutare ma in meno di 30 secondi sono accorsi il dirigente della stazione, un infermiere col camice bianco e un agente della polizia per accertarsi dell’accaduto e assicurarsi che non avesse bisogno di un trasporto speciale. Il soggiorno a Nagasaki è avvenuto così con un braccio al collo, cosa che ha contribuito a rendere ancora più cordiali ed affettuosi gli incontri con le famiglie di questa città martire della seconda guerra mondiale.

sabato 20 febbraio 2010

I giovani

Come ogni anno, a fine carnevale c’è stato il consueto congresso per fidanzati venuti in 380 da tutta Europa. Con un pool di esperti ed una decina di coppie insieme alle quali da anni ci occupiamo di “famiglia”, abbiamo cercato di offrire loro molteplici spunti di riflessione sui valori spirituali e umani più significativi per la coppia e la famiglia, così anche sulle problematiche e le difficoltà che si possono incontrare nella costruzione della vita a due.
Il metodo di lavoro è stato prevalentemente interattivo: ad ogni relazione seguivano testimonianze di vita, domande e risposte; quindi workshop nei quali anche i giovani portavano il loro contributo di idee come anche concrete esperienze di donazione che stanno vivendo. Abbiamo così avuto conferma che Dio Amore è veramente all`opera nel cuore delle persone, in particolare dei giovani. In essi, forse perché non ancora condizionati da strutture psicologiche ed esistenziali, c’è la capacità di intuizione del bene ed uno slancio a volerlo vivere che è contagioso.
Il congresso dei fidanzati si è rivelato anche quest’anno una preziosa occasione per lavorare insieme giovani ed adulti, rassicurandoci a vicenda che l`amore umano è il riflesso dell`amore divino negli uomini e costituisce con esso un’unica realtà.

giovedì 18 febbraio 2010

Il Padre

Papà! Potersi rivolgere all’Onnipotente con un termine così familiare è davvero una notizia straordinaria.
Possiamo crederci solo perché è Gesù a rivelarcela, invitandoci ad un’intimità con Dio che rispecchia quella del bambino per papà e mamma. Il neonato infatti si abbandona totalmente a loro senza sforzo alcuno. E anche quando diventerà bambino e poi fanciullo, continuerà a ritenere i genitori capaci di realizzare ogni sua aspirazione, con i quali andare anche in capo al mondo perché sicuro della loro protezione.
Per i piccoli è logico che il papà sappia fare tutto, che conosca tutto, che sia in grado di aggiustare tutto. Fra i tanti ricordi, un carillon andato in frantumi e il nostro piccolino di 4 anni che corre portando al papà occhiali e mastice per ricostruirglielo. Come è scontato per lui che l’abbraccio della mamma sia sempre caloroso, che anche il rimprovero sia per amore, che se in casa c’è un solo dolcetto questo è per lui.
Poi viene il tempo dell’adolescenza in cui il figlio è chiamato ad affermare la propria autonomia. Un processo a volte faticoso, nel quale qualche ombra potrebbe oscurare l’iniziale confidenza. Ma anche in questa fase di crescita, padre e madre - seppur apparentemente non accettati - sono sempre accanto al figlio, a spendersi per lui, nel distacco da ogni risultato.
Sulla terra la genitorialità è condivisa, ma il paragone col Padre celeste non cambia, dato che teologi, artisti, mistici non esitano a parlarci di un Dio Amore, che è Padre e anche Madre.
Essere figli, sentirsi figli è un’esperienza determinante sul piano umano. Non a caso, nel sapiente disegno creativo, è la condizione di ogni essere umano che viene al mondo. Sapersi figli dà sicurezza, ottimismo, fiducia in se stessi, capacità di riuscire nella vita, fiducia di poter diventare un giorno, come restituzione del dono ricevuto, padri e madri di figli o di anime.
Se un padre e una madre offrono tali certezze, cosa aspettarci dalla consapevolezza di avere un Padre nei Cieli? Da un Dio-Amore possiamo aspettarci ‘tutto’. Possiamo contare su Qualcuno che ci prende nella Sua mano e da qui camminare verso il bene nonostante le tortuose vie della vita. Possiamo aspettarci, oltre al centuplo in beni materiali e la vita eterna, la sovrabbondanza della sua tenerezza. Soprattutto comprendere in profondità che se siamo figli, siamo anche tutti fratelli.
In questi tempi di crisi della famiglia, rivolgerci al Padre resta la chance anche quando non fosse possibile sperimentare appieno l’apporto del padre terreno. In Dio-Amore possiamo trovare continuamente, in qualsiasi situazione ci trovassimo a vivere, il valore e il senso del nostro esistere.

sabato 13 febbraio 2010

Controcorrente

“Solo i pesci morti vanno con la corrente”. E’ una constatazione di ordine fisico-biologico divenuta metafora culturale e sociale emblematica di varie e diverse opzioni esistenziali: dal rifiuto delle mode correnti, alla trasgressione, allo spendersi per un ideale.
Quella frase era scritta su un muro di Zurigo negli anni caldi della contestazione giovanile. Ma è uno stimolo per qualsiasi stagione della vita, anche per una famiglia. Questa mattina, avvolti da una stupenda nevicata, siamo scesi da Grottaferrata a Sassone per partecipare ad un incontro di fidanzati.
La quotidianità può essere continuamente arricchita da un amore che si ribella alla routine per rinascere ogni giorno nuovo.